Bolivia: dentro la miniera

Reportage realizzato alla miniera Cerro Rico di Potosì, in Bolivia, nel febbraio 2019.


Il Cerro Rico è stata la miniera d’argento più grande del mondo, sfruttata fino all’ultimo dagli spagnoli a partire dal 1544, martoriata di tunnel, entrate e, se Dio vuole, uscite, ha finanziato la Rivoluzione Industriale per 5 secoli, mangiandosi uomini indigeni e schiavi africani. Oggi Potosì è una città fantasma, distrutta, senza più forze. E il Cerro Rico è una montagna di morti che non hanno avuto nemmeno la sepoltura.
Il reportage, unito al racconto di un minatore registrato durante la visita, è disponibile anche su YouTube con i sottotitoli in italiano.

Ed ora il mio racconto personale.

Il primo giorno che sono arrivata alla miniera ho visto questo, dal finestrino dell’auto che mi portava in cima:

Ai piedi della miniera non ci sono sentieri ben battuti, se piove ci sono soltanto rivoli di acqua fangosa che trascina a valle i detriti, sassi, spazzatura, terra strana. Diluviava, l’auto fece inversione e l’autista mi disse “è troppo pericoloso salire ancora, le conviene tornare domani”. Riuscì a scattare solo questa foto dal finestrino: l’abbandono, un secchio e due anime che chissà cosa stavano aspettando lì…
Il giorno seguente ebbi più fortuna e senza pioggia arrivai in cima: chi non l’ha provato stenta a crederci ma a più di 4.000 metri di altitudine, l’aria rarefatta rende più suscettibili, sensibili e rende muti. Ai piedi della miniera, per prendere fiato, mi voltai verso la città di Potosì e vidi questo:

Lo sfacelo. Io delle montagne mi sono sempre fidata, molto più che delle persone. In montagna sai che farai fatica, che dovrai rispettarla, ma non ne hai paura della montagna. Ti fidi sempre. Tranne in questo caso.

Da qui hanno estratto l’80% dell’argento che abbiamo in Europa; Potosì dovrebbe avere cancellate in oro, asfalto d’argento, tombini in zinco e villette a schiera con giardini all’inglese, per la ricchezza che ha “dato” al mondo (o che qualche altro mondo le ha preso).Invece è una delle città più povere che io abbia mai visto.

Eccola qua la ricchezza di Potosì, eccola qui la Spagna che va a esportare lo “sviluppo” agli indigeni, eccola qui l’Europa culla di democrazia, diritti umani e valori sociali.

Ai piedi della miniera, prima di salire ancora la montagna, fra i minatori che passano da un buco all’altro, il primo cartello che si vede dice “senza minatori non esiste Potosì”. Sarebbe più corretto scrivere “senza i minatori non sarebbe esistito il Regno di Spagna”.

Un minatore mi viene incontro, si chiama Moisés, aprirà le acque fra me e questa montagna, gli offro una mancia per il suo tempo e arranco dietro di lui, ogni passo mi costa una fatica indicibile, sarò a 4.200 metri di altezza ora, conservo fiato per gridare ogni tanto “aspetta, non ho fiato” e Moisés, fedele pochi metri più in là, si ferma e mi attende ben piantato in cima al suo Sinai.

“Dopo se vuole può visitare quella chiesa lassù, è molto bella”,
“Moisés, io non respiro, abbi pazienza… ma come diavolo fate a vivere qua?”
“Perché abbiamo fede e speranza. Tutti i minatori qui hanno fede e speranza, non hanno psicologi né ingegneri”.
“Ma è terribile… aspettami…”
“Questa è una montagna di morti, signorina, non è l’altezza che le fa male! Qui sono morti più di 8 milioni di indigeni e nessuno ha mai contato gli schiavi africani! Lo sa come morivano i neri dell’Africa? Per l’altitudine!”
“Molto bene… ci credo…”
“Non resistevano! Dopo qualche tempo li mandarono a coltivare le foglie di coca perché in miniera morivano tutti. Lo sa che qua fuori una volta c’era anche un campetto di gioco? Avevano costruito un piccolo campo da calcio, tutto ricoperto di foglie di coca, le portavano i neri, così i minatori potevano giocare a palla ogni tanto, era tutto un mare verde qua!”

“Lo sa come morivano alcuni? La maggior parte dei minatori moriva per incidenti, esplosioni, cadute, ma alcuni lavoravano in miniera per 6 mesi e quando uscivano, diventavano ciechi. Capisce? Ciechi! Di colpo! Non vedevano più niente, dopo aver passato tanti mesi nel buio della miniera!”

“Ci sono 5 mila entrate qua al Cerro Rico, sono tutti tunnel, entrate e uscite e buchi, ora entriamo in questa che è un pò più facile, si chiama Maria. Venga, occhio alla testa eh…”

Queste speci di fosse che vede, una volta, erano usate come cimiteri. Gli indigeni morivano dentro la miniera e venivano lasciati là dentro, nelle buche o nei tunnel”.

“Sente quest’odore, signorina? E’ ossido. I minatori seguono la linea, l’odore e sperano di trovare il minerale, ma oggi non si estrae più l’argento, quello se lo sono preso tutto gli spagnoli, adesso noi possiamo estrarre solo minerali non più puri, che vanno lavati e lavorati, come lo zinco, lo stagno. Come le dicevo qua il minatore può lavorare solo se ha fede e speranza, non ci sono gli psicologi, l’esperienza della miniera, il minatore, la fa per se stesso”.

“Questi piccoli buchi che vede qua, li fanno i perforisti, fanno esplosioni e poi hanno qualche secondo per scappare fuori e poi tornare dentro per vedere se hanno trovato qualcosa. I perforisti sono di livello superiore, guadagnano di più, però muoiono prima. A 35 anni già muoiono. Invece il minatore base guadagna molto di meno ma vive molto di più”.
“Cioè, a che età muore un minatore base?
“Intorno ai 50, 60 anni”.

Ormai sono completamente stordita, fra gli odori, il buio, la macchina fotografica al collo, i racconti del minatore, non riesco più a spiccicare una parola ma c’è ancora una cosa che devo vedere, la natura umana che si affranca di fronte al terrore della morte: l’esorcismo.

Questo è “el Tio”, lo zio, lui qua dentro è il Dio dei minatori, gli portano alcol puro, sigarette e foglie di coca, affinché non li faccia morire”.

El Tio, in realtà, è una delle cose più belle che abbia mai visto. E’ inquietante, sì, ma aldilà di questo, è la natura umana che crea l’esorcismo contro la morte, in favore della vita, è l’ultima speranza, è l’ultimo gesto di resistenza.

“Farà vedere El Tio in Italia?
“Farò del mio meglio, promesso”.

Fuori dalla miniera si vedono alcune case (baracche di nulla), abitate solo da donne e bambini; all’inizio non capivo, poi ho chiesto e ho scoperto che sono le vedove e gli orfani dei minatori che continuano a vivere proprio ai piedi della montagna che si è mangiata il loro marito e padre. Forse non hanno un altro posto in cui andare o forse pensano che restando lì, resteranno vicino al familiare che hanno perso.


Era fine giornata, seduta sul ciglio della strada, volevo osservare ancora la miniera da lontano. Scendono una signora e la bambina e anche il cane, vanno incontro al minatore che suppongo sia il padre della bimba. Il minatore la abbraccia forte, con gioia, come a dire “anche oggi ce l’ho fatta, sono tornato da te vivo”. L’abbraccio continua, la bambina è felice, io dal ciglio della strada scatto la foto e penso che la vita ha vinto.

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