Ellenico notturno

Lettere dal campo profughi

LESBO e SAMOS

Lesbo, Grecia (Reportage realizzato nel giugno 2019)

Non abbiamo altra scelta, dobbiamo affrontare le lunghe tenebre di Moria. State in guardia“, Gandalf, Il Signore degli Anelli.

Nell’opera fantasy di Tolkien, Moria è una miniera enorme costruita dai nani, sterminati in seguito da un orrendo mostro. Anche chiamata “Terra di Mezzo” perché collega i cancelli di Occidente e i cancelli d’Oriente, è un luogo tenebroso, spaventoso e pericoloso. Nell’opera fantasy di Tolkien, appunto. Nella realtà, Moria è molto peggio. In Grecia, sull’isola di Lesbo, a pochi chilometri dalla costa turca, ma già all’interno dei confini europei, le porte che collegano Oriente e Occidente sono il campo profughi più mostruoso d’Europa.


La struttura che doveva ospitare 1.000 rifugiati era una volta una discarica. Oggi è recintata cemento e filo spinato, con telecamere ed un ingresso più che blindato dalla polizia greca. In sostanza sembra Guantanamo, ma dentro non ci sono criminali, ci sono innocenti.

Ma gli sbarchi avvengono ogni giorno, da anni, i profughi aumentano sempre più e quindi la collina di ulivi adiacente la struttura originaria si riempie di tende. Alcune sono della Croce Rossa, altre dell’Unhcr, altre sono pezzi di plastica tenuti da cordini di fortuna. I profughi sono circa 5.000 in tutto.

Alla base della collina visito alcune famiglie che mi mostrano le “docce”, i “bagni” e i lavabi in cui circa 4.000 persone dovrebbero fare il bucato senza acqua calda (a volte nemmeno fredda) e senza sapone. Le condizioni igieniche sono a dir poco impressionanti.

Proseguo la visita e mi fermo fuori da una tenda adibita a moschea. Dentro c’è un signore che prega, fuori ci sono due ragazzi afgani, mi raccontano di essere scappati a piedi dall’Afghanistan, paese distrutto dai talebani che mi definiscono come “persone mentalmente disturbate create dagli Stati Uniti”. Dopo aver camminato verso il Pakistan, hanno raggiunto l’Iran a piedi e in 4 mesi sono stati arrestati varie volte, ogni volta la polizia gli ha portato via tutto ciò che avevano con sé. In Turchia hanno passato qualche settimana finché hanno pagato circa mille euro i contrabbandieri che dalla costa turca li hanno traghettati sull’isola greca.

Oltre la moschea e le prime tende che sembrano quasi in ordine e quasi pulite, cammino fra un sentiero e l’altro, con l’obiettivo di raggiungere la fine del campo, per rendermi conto di quanto sia grande e di quanta gente ci sia.

Ci sono ben poche parole da aggiungere. Ci siamo seduti a un tavolo dopo la Seconda Guerra Mondiale a scrivere di diritti umani, costituzione, valori inalienabili, stato di diritto e poi le prime persone che ci hanno bussato la porta in Europa le abbiamo confinate in una ex discarica con dei cordini a tener su due pezzi di plastica. Questo campo è surreale, non ha niente di realistico, ad esempio non ci sono le sedie, i tavoli, i materassi. Fra varie domande e sentierini scoscesi, raggiungo un punto del campo in cui mi vengono incontro 3 ragazzini, che poi si moltiplicano, vanno a chiamare fratelli, sorelle, cugini, amichetti e resto accerchiata da una marea incontrollabile di bambini, tutti interessatissimi alla mia macchina fotografica!

Dopo qualche giorno passato con le persone nel campo, posso affermare che la maggior parte dei profughi presenti a Moria viene dall’Afghanistan; seguono gli iracheni, i siriani, qualche palestinese dalla Striscia di Gaza e qualche famiglia del Congo. Se si guarda a questi paesi cercando la radice dei loro problemi e se escludiamo la Siria e il Congo, possiamo andare a ringraziare esclusivamente gli Stati Uniti, in tutti i santi casi menzionati. A 4 km dalla disperazione del campo inizia il lungomare, coi baretti ed i turisti, sempre a sottolineare quanto sia surreale il tutto, ed è proprio in uno di quei bar che mi siedo e dopo aver parlato ore con queste persone, cerco il video su YouTube in cui viene annunciato il Nobel per la Pace ad Obama. Perché non fare un monumento a Hitler in qualche sinagoga?

In questa tenda ho passato una giornata intera. Il bambino che si vede al centro della foto si chiama Adam e non ha mai sorriso. Sono strani i bambini nel campo. Non giocano con niente, non si muovono, non parlano e non piangono nemmeno in realtà. Qualsiasi bambino di 2/3 anni, preso da una vita normale e messo nel campo, dopo qualche minuto inizierebbe a giocare con le pietre, la terra, con qualsiasi cosa. Invece qui non accade ed è molto strano osservarlo. Dà l’idea dell’errore umano che si sta commettendo qua e in chissà quanti altri posti del mondo, alcuni vicinissimi alla porta di casa nostra.

Hassan merita una pagina a parte.

Viene lui incontro a me, mentre io sto parlando con altre persone ai lavandini. Parla solo arabo, ha in mano quel secchiello bianco che si vede in foto, colmo di acqua appena presa, un secchiello che andrebbe bene per i maiali. Gesticola molto, è arrabbiatissimo, capisco che vuole che lo segua e che qualcuno tradurrà. Tradurrà Bassim, leggendario signore di Baghdad, ex soldato dell’esercito di Saddam Hussein; parla arabo, inglese e francese e diventerà quindi il mio migliore amico nel campo. Ci sediamo fuori dalla tenda, per terra, sotto un sole cocente, ad altezza rifiuti, insetti, sporcizia varia. Hassan mi porge uno straccio su cui sedermi, poi mi prepara del caffè solubile e poi mi offre le sue sigarette che io non rifiuto benché ne abbia, perché ogni fumatore sa che ci sono momenti in cui fumare insieme sancisce una comunicazione più intima e questo è uno di quelli.

“Io sono di Aleppo, Siria, era una bellissima città, non c’è rimasto più niente, è completamente distrutta, non c’è rimasto niente, niente, solo macerie, gente impazzita, sono scappato in Turchia e ci sono stato un mese, la polizia mi ha picchiato per settimane, dopo un mese sono scappato e ho pagato 400 euro per venire in Grecia e adesso sono in questo campo da 1 anno e 7 mesi, io sono disperato, nel bosco ci sono persone che si suicidano, i giornali dicono che sono omicidi, ma non è vero, io non so perché sto qua fermo da un anno e 7 mesi, non ha nessun senso, il governo greco è un bugiardo, raccontano un sacco di bugie, ma noi non siamo animali, siamo persone, che mi mettano in prigione se sono un criminale, ma se sono una persona innocente che mi facciano uscire da qui, piuttosto torno in Siria, ma io qui sto impazzendo, non ho famiglia né in Siria né altrove, ad Aleppo io ero carpentiere, lavoravo il legno, io sono una persona. Lei perché è qui?”

“Sono fotografa”

“Ma Lei fa questo perché pensa che servirà a qualcosa?”

“Beh sì, io lo faccio perché si sappiano le cose, vorrei scriverne più che altro”

“E allora scriva questo per me, scriva che voglio suicidarmi”.

Nella seconda foto si vede meglio lo sguardo di questo ragazzo. E’ uno sguardo già oltre… E’ lo sguardo che aveva quando raccontava concitato nella sua lingua ciò che ho scritto, una lingua molto vicina all’aramaico (mesi dopo scoprirò che i siriani capiscono l’aramaico e che in una zona della Siria lo parlano ancora oggi), proprio i suoni del nostro profeta, che lavorava il legno in Medio Oriente come Hassan e che come Hassan fu perseguitato senza alcuna colpa e poi portato alla morte.

Il cibo che viene dato ai rifugiati non è cibo, molto spesso è avariato e provoca la dissenteria. I bagni saranno 30 gabbiottini di plastica rotta e putrida e devono servirsene circa 5.000 persone. Le code che si formano fuori sono infinite; un giorno mi ci sono messa anch’io, ho aspettato un’eternità, sono entrata, dopo pochi secondi ero fuori ed ero sotto shock. Dalla tenda al bagno, inoltre, è anche possibile che si debba camminare parecchio. Bambini e anziani non ce la fanno molto spesso. A volte manca l’acqua dai rubinetti e nelle docce. Mi hanno detto che ci sono serpenti di notte, che molte donne sono terrorizzate all’idea di dover andare in bagno.

Fra queste donne c’è anche Karima, la mia signora preferita del campo. Anche lei merita una pagina tutta per sé.

Karima viene dall’Iraq. E’ una delle poche cose che so di lei. Non so ancora adesso il perché, ma appena mi vede camminare fra una tenda e l’altra, mi invita nella sua, mi metto seduta con lei e tento di parlare in inglese, ma Karima non vuole saperne, inizia a piangere e mi parla in arabo per tutta la giornata che passeremo insieme. Se le mie orecchie capiscono solo “Karima, Baghdad, Inshallah”, l’anima capisce tutto il resto, la disperazione non conosce grammatica, l’empatia non passa dai suoi suoni così diversi dai miei, ma dalle mani con cui mi stringe per ore, in un fiume di lacrime e singhiozzi, dai fogli di un qualche ospedale di Baghdad scritti in arabo, da altri fogli di altri ospedali scritti in greco, dai gesti con cui mi indica il suo fianco, la sua schiena, la sua gamba, poi dal tè che mi prepara per ore ed ore e anche quando non ne voglio più, io continuo a berlo, e anche quando mi scoppia la testa e penso che non abbia senso parlarmi in arabo, continuo ad ascoltare. A Karima non frega proprio niente che io capisca le frasi, vuole solo piangere con qualcuno, forse mi vede come l’unico fattore che dal mondo esterno è entrato nel campo, qualcosa in comune fra l’incubo interno e la realtà fuori, forse perché sono una donna come lei o forse perché alla fine sto piangendo anch’io insieme a lei, qua sedute per terra scalze in questa situazione surreale, nell’abbandono umano e nella mancanza di senso più totale.

Dopo qualche ora, vedo tornare il leggendario Bassim, ormai traduttore di fiducia e Karima ha finalmente la possibilità di dirmi qualcosa con le parole, per un istante temo che riprenda a ripetere tutto daccapo, invece si rivolge a Bassim che mi tradurrà soltanto questo: “dice di dirti che conosce tua madre da un’altra vita e che tua madre è felice di come sei”.

Ciao Karima, ti penso sempre e un giorno a Genova ho comprato una grammatica di arabo, in un’altra vita ne avremo da raccontarci.

Il marito di Karima aveva un negozio di calzature da donne a Baghdad. Mi mostra le foto dal suo telefono; praticamente erano altre persone, avevano il volto davvero diverso da adesso.

Mohamed è un signore iracheno che non sta in piedi (nonostante ci si sia messo per la foto), ha le ossa rotte, è scappato dall’Iraq quando alcune milizie gli hanno intimato di vendere le proprie figlie affinché venissero stuprate per tutta la vita o quasi. Gli hanno rotto le ossa, sono scappati, hanno evidente bisogno di cure mediche e i dottori greci gli hanno dato appuntamento fra 5 mesi.

Alì è completamente solo, la sua famiglia è morta, è stato “adottato” qua nel campo da altri iracheni. Ha una vena rotta, come mi indica il mitico Bassim. Se non viene operato d’urgenza muore. Il dottore greco gli ha detto di bere più acqua.

Qualche tenda più in là mi chiama una signora, dice di aver partorito ben due bambini poche giorni prima e vorrebbe che li fotografassi. Vengono dal Congo e ha partorito durante il viaggio che dal Congo alla Grecia non oso immaginare come sia stato. Nella tenda a fianco, divisa da una coperta, il resto della famiglia in pochi metri quadrati.

Bassim mi conduce a salutare altre famiglie che vengono dalla Siria; sono fra i bambini più educati che io abbia mai visto.

Qualche scatto ai bagni dove più di una persona mi ferma per dirmi che hanno chiesto dei detersivi e degli spazzoloni per pulire, ma non gli hanno mai dato niente.

Ed infine le gabbie. Sì, gabbie con dentro persone. Ogni giorno a Moria vengono distribuiti 3 pasti: colazione, pranzo e cena. Per avere il proprio pasto bisogna stare in coda delle ore; ad esempio se vuoi la colazione che viene servita alle 7, devi iniziare la coda alle 5 del mattino. Non solo, ma le code sono suddivise per uomini, donne e bambini, quindi se sei una madre che vuole dare un bicchiere di latte scaduto e una fetta di pane secco a tuo figlio, devi lasciarlo in coda da solo alle 5 del mattino, dopo averlo svegliato alle 4.30, anche se tuo figlio ha 1 anno. L’ultima parte della coda degli uomini, davvero non so il perché e nessuno me l’ha saputo dire, è una gabbia, in cui anche signori anziani vengono chiusi, stipati stretti, ammassati in pochi metri, in attesa del pasto, in una cosa di ferro bassa a forma di corridoio, chiusi da una porta di metallo. Quando mi sono avvicinata sotto shock per fare alcune foto, i signori che erano dentro hanno aperto la porta. Non si sono mossi di un centimetro, ho scattato e hanno richiuso. Non ha nessun senso.

Dalla gabbia di umani resto abbastanza sconcertata, per arrivare fin qui ho scavalcato la parte di campo in cui è vietato entrare (ora capisco il perché), dovrei andarmene alla velocità della luce prima che mi scopra qualcuno, ma un ragazzo mi chiede se posso fare una foto alla tenda in cui sua moglie ha appena partorito e non riescono nemmeno a sedersi tutti quanti da tanto è piccola, io lo seguo con una stanchezza e una disattenzione che poco dopo infatti pagherò.

Qualche minuto dopo la polizia greca mi viene incontro, arrabbiatissima, mi porta nella stazione di polizia del campo (senza notare che mentre camminiamo io estraggo la scheda dalla macchina fotografica e la nascondo nel fondo schiena, ebbene sì…), mi interrogano per ore, mi perquisiscono, mi minacciano, mi spaventano, mi provocano, ma io nego tutto, racconto varie bugie non credibili, loro non mi mettono le mani addosso e non mi ordinano di spogliarmi, quindi poche ore dopo sono in un bar con le foto salvate, pensando che rappresentino le storie di queste persone che nessuno sta ascoltando e che doveva andarmi bene alla stazione di polizia perché è giusto così.

“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi […]  tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me“. Matteo 25,35-40.

Samos, Grecia (Reportage realizzato nel dicembre 2019)

Samos è l’inferno in terra, un attacco di panico costante, un fiume di immondizia, bambini abbandonati, topi, serpenti, famiglie disperate. I rifugiati arrivano da Siria, Iraq, Afghanistan (una minoranza arriva dal centro Africa); dopo aver pagato laute somme per i trafficanti umani e relativo gommone, la polizia turca li bastona, li sperona, li abbandona. La stessa cosa si ripete per mano della polizia greca, finché giunti nella “giungla” (i rifugiati chiamano così il campo), ognuno deve comprarsi una tenda, solitamente fatiscente. A Samos manca tutto: acqua potabile, cibo commestibile, servizi igienici, cure mediche, coperte, materassi, sedie, calzature. Qualsiasi cosa vi stia venendo in mente ora, a Samos non c’è. L’area è completamente militarizzata, pullman di poliziotti in tenuta anti sommossa sorvegliano il “perimetro” (si tratta di una collina senza sentieri né percorsi battuti) giorno e notte. Nessuno può entrare nel campo.

Costretta quindi ad arrendermi come fotografa, ho potuto soltanto intervistare alcuni rifugiati che raccontano in questo video le condizioni del campo, nonché il percorso travagliato che li ha condotti in questo inferno su un’isola greca, paese che un tempo fu culla della civiltà ma che oggi fa vergognare e inorridire.

Paola Carunchio